Il Lituano, Napoleone Bonaparte e Noi

La lezione di lituano è finita da poco. Mentre chiacchiero con Aušra (entrambe le nostre prof si chiamano così, devono averlo deciso per aiutarci) un ragazzo serbo parla con un signore kazako, in inglese, di infrastrutture e business.

Praticamente vivo in una canzone di Franco Battiato. Non penso esista metafora migliore per descrivere le ultime settimane. E questa è la maxi storia di come la mia vita è cambiata da quando si svolge nella capitale di una delle Repubbliche Baltiche, la magica città di Vilnius, dove da pedone, essendomi da poco munito di un velocipede, mi sono tramutato in una parodia perfetta del Checco Zalone di Quo Vado (senza pizzetto biondo).

Quest’ultima epifania mi ha colto proprio stasera, quando in mancanza di altri studenti con cui fare il paio, ho intavolato una conversazione su capi d’abbigliamento e previsioni del tempo (che qui si chiamano orai prognoze, e questo la dice tutta sulla profonda autoironia dei locali) direttamente con questa simpatica signora sulla sessantina che ha preso su di sé l’ingrato compito di insegnarci questa lingua che è, appunto, il lituano.

Mentre penso a tutto ciò sto ancora guardando i due che parlano in inglese tra loro ed è allora che penso a quando tornerò a casa e, sedutomi, scriverò la seguente frase: parlare e capire una lingua è il gioco più divertente del mondo.

Ora che tutti quei suoni strani iniziano ad ordinarsi, emergendo dal buio dell’incomprensione posso dire che questo bizzarro idioma, visto dal mio peculiare punto di osservazione, si presenta allo stesso tempo come molto affascinante e tremendamente lontano. Affascinante perché presenta, come ogni lingua, un mondo.
Un sistema di modi di pensare così saldamente incastonati nella lingua da esserne indivisibili.

In lituano il sole è una donna, mentre la luna è un uomo. Un mondo capovolto dove esiste un verbo per stare male ma non esiste la fame (perché avere fame si traduce, letteralmente, con “io voglio mangiare”), dove la sua ragazza e la mia ragazza, miracolosamente, possono diventare la stessa persona (solo se la ragazza in questione è proprio sua sua, o alternativamente mia mia). Ma la sfida del lituano non è semplicemente questa, quanto piuttosto quella di introdurmi, di fatto, in un mondo concettuale agli antipodi delle lingue che conosco e dalla mia lingua madre che è, per l’appunto, l’italiano. La percezione di questa distanza è quanto di intellettualmente più interessante mi sia capitato negli ultimi anni, tuttavia ci sarà bisogno di tempo per starci comodo, con tutto il nostro florilegio di costruzioni logiche.

Il linguista Antoine Meillet scrisse:

« Chiunque voglia sentire come parlavano gli indoeuropei deve andare ad ascoltare un contadino lituano »

Il lituano, pur essendo, per certi versi, più affine a una lingua slava che a una lingua romanza (diclaimer: ci sono i casi, indi per cui Welcome Back Liceo Scientifico), è il parente più vicino della lingua parlata dai popoli indoeuropei che migliaia di anni fa popolarono l’Europa e per questo condivide larga parte del proprio vocabolario col sanscrito (della serie: semplifichiamoci la vita).

Fortunatamente in soccorso della mia pigrizia arrivano i sopracitati cinque anni di latino al Liceo Scientifico, come anticipavo. Una lingua, lo latinorum, che, nelle foto di famiglia, si è sempre voluta sedere vicino al cugino Sanscrito, nonostante la profonda antipatia di quest’ultimo e il suo scarsissimo senso dell’umorismo. Questo parente comune, per farla breve, semplifica (di poco, attenzione) la vita e rende una parte del vocabolario lituano sicuramente più accessibile che ad un madrelingua, che so, inuit.

Scoprire che vilna significa lana, avis, pecora e savaitgalis, fine settimana, certo non aiuta a capire come ottenere il tuo permesso di soggiorno o a evitare di spaccarti l’osso sacro su di un pavimento bagnato opportunamente segnalato, ma solletica in te quello spirito di ex-dominatore di popoli, oggi in bolletta tra debito pubblico, evasione fiscale, disoccupazione giovanile e corruzione dilagante.

Sinceramente non so se i nostri Avi abbiano solcato queste terre tra Repubblica e Impero (l’hanno fatto sicuramente dopo e c’è una storia interessante che vi racconterò a riguardo), quello che so è che lo fece, all’inizio dell’Ottocento, Napoleone Bonaparte, dormendo nel palazzo che oggi ospita la libreria francese di Vilnius. Penso spesso a Napoleone perché nel Cinque Maggio di Alessandro Manzoni ci sono tanti fiumi, ma manca la Nera, che pure il grande generale francese solcò. Lo stesso fiume sul cui bordo passeggio tutte le mattine per andare a trabajar.

Lungo il cammino, che come percepirete straripa oltre i limiti di questo breve racconto, tanto vale fare un tributo a Vonnegut (e stringere). Questo stesso brano e questo blog, infatti, sono utili all’autore per ricordargli alcune cose che interessano soprattutto il suo ombelicale perimetro e che, magari, possano talvolta allettare anche qualche sparuto lettore.

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Mentre pedalavo sotto questo cielo, lungo la Nera di Napoleone, che è poi la stessa di Manzoni, ho avvertito violentemente questa sensazione di felicità. Ce la farò a chiacchierare in lituano? Una domanda molto poco interessante. L’importante è continuare a camminare, stupendosene ad ogni passo.

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